Le più belle poesie d’amore di Cesare Pavese

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    Le più belle poesie d’amore di Cesare Pavese

    Oggi vorrei presentarvi le più belle poesie d’amore di Cesare Pavese, animo sensibilissimo, poeta di grande qualità e intensità espressiva della Letteratura italiana del primo ’900, più noto per i suoi libri che per le sue poesie.

    Le sue poesie più conosciute sono le cosiddette ‘Poesie del disamore‘ vale a dire dell’amore non corrisposto, un autentico baratro, il triste destino di un uomo che ha cercato disperatamente l’amore, e chissà perché non l’ha mai ricevuto.

    The cats will know

    Ancora cadrà la pioggia

    sui tuoi dolci selciati,

    una pioggia leggera

    come un alito o un passo.

    Ancora la brezza e l’alba

    fioriranno leggere

    come sotto il tuo passo,

    quando tu rientrerai.

    Tra fiori e davanzali

    i gatti lo sapranno.

    Due

    Uomo e donna si guardano supini sul letto:

    i due corpi si stendono grandi e spossati.

    L’uomo è immobile, solo la donna respira più a lungo

    e ne palpita il molle costato. Le gambe distese

    sono scarne e nodose, nell’uomo. Il bisbiglio

    della strada coperta di sole è alle imposte.

    L’aria pesa impalpabile nella grave penombra

    e raggela le gocciole di vivo sudore

    sulle labbra. Gli sguardi delle teste accostate

    sono uguali, ma più non ritrovano i corpi

    come prima abbracciati. Si sfiorano appena.

    Muove un poco le labbra la donna, che tace.

    Il respiro che gonfia il costato si ferma

    a uno sguardo più lungo dell’uomo. La donna

    volge il viso accostandogli la bocca alla bocca.

    Ma lo sguardo dell’uomo non rnuta nell’ombra.

    Gravi e immobili pesano gli occhi negli occhi

    al tepore dell’alito che ravviva il sudore,

    desolati. La donna non muove il suo corpo

    molle e vivo. La bocca dell’uomo s’accosta.

    Ma l’immobile sguardo non inuta nell’ombra.

    Gelosia

    L’uomo vecchio ha la tetra di giorno, e di notte

    ha una donna ch’è sua – ch’era sua fino a ieri.

    Gli piaceva scoprirla, come aprire la terra,

    e guardarsela a lungo, supina nell’ombra attendendo.

    La donna sorrideva occhi chiusi.

    L’uomo vecchio stanotte è seduto sul ciglio

    del suo campo scoperto, ma non scruta la chiazza

    della siepe lontana, non distende la mano

    a divellere un’erba. Contempla tra i solchi

    un pensiero rovente. La terra rivela

    se qualcuno vi ha messo le mani e l’ha infranta:

    lo rivela anche al buio. Ma non c’è donna viva

    che conservi la traccia della stretta dell’uomo.

    L’uomo vecchio si è accorto che la donna sorride

    solamente occhi chiusi, attendendo supina,

    e comprende improvviso che sul giovane corpo

    passa in sogno la stretta di un altro ricordo.

    L’uomo vecchio non vede più il campo nell’ombra.

    Si è buttato in ginocchio, stringendo la terra

    come fosse una donna e sapesse parlare.

    Ma la donna distesa nell’ombra, non parla.

    Dov’è stesa occhi chiusi la donna non parla

    né sorride, stanotte, dalla bocca piegata

    alla livida spalla. Rivela sul corpo

    finalmente la stretta di un uomo: la sola

    che potesse segnarla, e le ha spento il sorriso.

    Tradimento

    Stamattina non sono più solo. Una donna recente

    sta distesa sul fondo e mi grava la prua

    della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla

    ancor gelida e torba del sonno notturno.

    Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole

    di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta

    dopo molti sussulti, mi sono cacciato

    nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei

    senza muovere il corpo supino, guardando nel cielo.

    Non c’è un’anima in giro e le rive son alte

    e a monte più anguste, serrate di pioppi.

    Quant’è goffa la barca in quest’acqua tranquilla.

    Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,

    vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda

    per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.

    La compagna mi ha detto che è pigra e non s’è ancora mossa.

    Sta distesa a fìssare da sola le vette degli alberi

    ed è cotne in un letto e m’ingombra la barca.

    Ora ha messo una mano nell’acqua e la lascia schiumare

    e m’ingombra anche il fiume. Non posso guardarla

    - sulla prua dove stende il suo corpo – che piega la testa

    e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.

    Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,

    mi ha risposto un sorriso vigliacco- «Mi vuole vicina?»

    Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,

    continuavo a puntare nel sole, finch’ero ubriaco,

    e approdando a quest’angolo, mi gettavo riverso,

    accecato dall’acqua e dai raggi, buttato via il palo,

    a calmare il sudore e l’affanno al respiro

    delle piante e alla stretta dell’erba. Ora l’ombra è estuosa

    al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,

    e la volta degli alberi filtra la luce

    di un’alcova. Seduto sull’erba, non so cosa dire

    e m’abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita

    dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.

    La mia pelle è annerita di sole e scoperta.

    La compagna che è bionda, poggiando le mani

    alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,

    con la fragilità delle dita, il profumo

    del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo

    era l’acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.

    La compagna mi chiama impaziente. Nell’abito bianco

    sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

    questa morte che ci accompagna

    dal mattino alla sera, insonne,

    sorda, come un vecchio rimorso

    o un vizio assurdo. I tuoi occhi

    saranno una vana parola,

    un grido taciuto, un silenzio.

    Così li vedi ogni mattina

    quando su te sola ti pieghi

    nello specchio. O cara speranza,

    quel giorno sapremo anche noi

    che sei la vita e sei il nulla

    Per tutti la morte ha uno sguardo.

    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

    Sarà come smettere un vizio,

    come vedere nello specchio

    riemergere un viso morto,

    come ascoltare un labbro chiuso.

    Scenderemo nel gorgo muti.