Le più belle poesie d’amore di Rimbaud

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    Le più belle poesie d’amore di Rimbaud

    Conoscete le più belle poesie d’amore di Rimbaud? Soprattutto sapete chi è Rimbaud?

    Arthur Rimbaud, amante illegittimo di Paul Verlaine, poeta maledetto, vittima di una generazione di artisti stregati dal potere ammaliante della fata verde, ovvero l’assenzio, ci ha lasciato in memoria della sua genialità avanguardistica, uno scrigno di poesie di rara bellezza. Anima inquieta attraversò il simbolismo contribuendo a produrre le espressioni più nobili del genere: la sua creatività poetica fu fulminea, scrisse dai 15 ai 19 anni. Fu un forte contestatore e tra i suoi gesti più estremi ci fu l’amore inconfessabile col poeta Paul Verlaine. Fu un amore folle, ai limiti del reale, tanto travolgente da condurli al dolore fisico.

    E’ di questo amore e di tanti altri rivolti a donne sconosciute che parla Rimbaud nelle sue poesie. Se vi riconoscete in questo modo di amare, se vi brucia l’anima quando pensate all’uomo della vostra vita, sono queste le parole che dovete rivolgergli: scopriamo insieme le più belle poesie d’amore di Rimbaud.

    La stella ha pianto rosa:

    La stella ha pianto rosa al cuore delle sue orecchie,

    L’infinito è rotolato bianco dalla tua nuca alle reni

    Il mare è imperlato rosso alle tue mamme vermiglie

    E l’Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.

    Sensazione:

    Le sere azzurre d’estate, andrò per i sentieri,

    Punzecchiato dal grano, a calpestare erba fina:

    Trasognato, ne sentirò la freschezza ai piedi.

    Lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

    Non parlerò, non penserò a niente

    Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima,

    E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro,

    Nella Natura, – felice come con una donna.

    La maliziosa:

    Nella sala da pranzo bruna, profumata

    D’un sentore di frutta e di vernice, prendo

    Comodamente un piatto di non so qual pietanza

    Belga, e mi lascio andare dentro alla sedia immensa.

    Mangiando, lieto e calmo, ascolto l’orologio.

    Si apre con un colpo di vento la cucina,

    - Ed ecco venire, chissà perché, la serva,

    Spettinata con arte, scialle sfatto,

    E con ditino incerto sfiorandosi una guancia,

    Velluto biancorosa di pesca, e atteggiando

    A smorfia quella sua bocca infantile,

    Per meglio accomodarmi dispone intorno i piatti;

    - E poi, così, – ma si, voleva un bacio,-

    Pian piano: “Senti, dice, ho una freddo alla guancia…”

    Sognato per l’inverno a lei:

    Andremo, d’inverno, in un vagoncino rosa

    con tanti cuscini blu.

    Sarà dolce. Un nido di baci folli posa

    nei cantucci molli.

    Tu chiuderai gli occhi, per non vedere dai vetri

    smorfiare l’ombre delle sere,

    la plebaglia di démoni e di lupi tetri,

    mostruosità arcigne e nere.

    Poi la tua guancia graffiare si sentirà…

    un bacetto, un ragno matto, ti correrà

    sul collo…

    Intanto tu mi dirai: “Cerca!”, chinando a me la testa,

    prenderemo tempo a scovare quella bestia

    che viaggia così tanto…

    Oggi all’inizio del terzo millennio le poesie di Rimbaud risuonano ancora fresche, vive, attuali, come se non fossero state minimamente scalfite dal tempo trascorso.

    Questa è la vera essenza dell’immortalità.