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Poesie d’amore di grandi donne

Poesie d’amore di grandi donne
da in Amore, Frasi d'amore
Ultimo aggiornamento: Martedì 03/01/2017 16:59

    poetesse famose

    Ecco una selezione di poesie d’amore di grandi donne, parole toccanti dal sapore romantico, tragico, struggente a seconda dell’inclinazione personale delle poetesse. Dalla famosa Alda Merini alla polacca Wislawa Szymborska, da Dacia Maraini a Sylvia Plath, ecco le poesie più belle delle grandi donne di oggi e di ieri.

    Alda Merini

    Ieri sera era amore, io e te nella vita fuggitivi e fuggiaschi con un bacio e una bocca come in un quadro astratto: io e te innamorati stupendamente accanto. Io ti ho gemmato e l’ho detto: ma questa mia emozione si è spenta nelle parole

    Wislawa Szymborska

    Sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li unì. È bella una tale certezza ma l’incertezza è più bella.

    Non conoscendosi prima, credono che non sia mai successo nulla fra loro. Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi dove da tempo potevano incrociarsi?

    Vorrei chiedere loro se non ricordano - una volta un faccia a faccia forse in una porta girevole? Uno “scusi” nella ressa? Un ‘ha sbagliato numerò nella cornetta? - ma conosco la risposta. No, non ricordano.

    Li stupirebbe molto sapere che già da parecchio il caso stava giocando con loro.

    Non ancora del tutto pronto a mutarsi per loro in destino, li avvicinava, li allontanava, gli tagliava la strada e soffocando un risolino si scansava con un salto.

    Vi furono segni, segnali, che importa se indecifrabili. Forse tre anni fa o il martedì scorso una fogliolina volò via da una spalla all’altra? Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto. Chissà, era forse la palla tra i cespugli dell’infanzia?

    Vi furono maniglie e campanelli in cui anzitempo un tocco si posava sopra un tocco. Valigie accostate nel deposito bagagli. Una notte, forse, lo stesso sogno, subito confuso al risveglio.

    Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà.

    sylvia plath

    Non è facile dire il cambiamento che operasti. Se adesso sono viva, allora ero morta anche se, come una pietra, non me ne curavo e me ne stavo dov’ero per abitudine. Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no- e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio, di comprendere l’azzurro, o le stelle. Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente mascherato da sasso nero tra i sassi neri nel bianco iato dell’inverno- come i miei vicini, senza trarre alcun piacere dai milioni di guance perfettamente cesellate che si posavano a ogni istante per sciogliere la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime, angeli piangenti su nature spente, Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano. Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio. E io continuavo a dormire come un dito ripiegato. La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente, e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte pietre stolide e inespressive, Io guardavo e non capivo. Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi per riversarmi fuori come un liquido tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante. Albero e pietra scintillavano, senz’ombra. La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro. Cominciai a germogliare come un rametto di marzo: un braccio e una gamba, un braccio, una gamba. Da pietra a nuvola, e così salii in lato. Ora assomiglio a una specie di dio e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

    anne sexton

    Lei è tutta là. Per te con maestria fu fusa e fu colata, per te forgiata fin dalla tua infanzia, con le tue cento biglie predilette fu costrutta. Lei è sempre stata là, mio caro. Infatti è deliziosa. Fuochi d’artificio in un febbraio uggioso e concreta come pentola di ghisa. Diciamocelo, sono stata di passaggio. Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala. Mi svolazzano i capelli dal finestrino. Son fumo, cozze fuori stagione. Lei è molto di più. Lei ti è dovuta, t’incrementa le crescite usuali e tropicali. Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia. S’occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto, ha messo fiorellini sul davanzale a colazione, s’è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno, ha esposto tre bambini al plenilunio, tre puttini disegnati da Michelangelo, l’ha fatto a gambe spalancate nei mesi faticosi alla cappella. Se dai un’occhiata, i bambini sono lassù sospesi alla volta come delicati palloncini. Lei li ha anche portati a nanna dopo cena, e loro tutt’e tre a testa bassa, piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti, e la sua faccia avvampa neniando il loro poco sonno. Ti restituisco il cuore. Ti do libero accesso: al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa, alla cagna che in lei tramesta nella sozzura, e alla sua ferita sepolta alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa al pallido bagliore tremolante sotto le costole, al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso sinistro, alle sue ginocchia materne, alle calze, alla giarrettiera per il richiamo lo strano richiamo quando annaspi tra braccia e poppe e dai uno strattone al suo nastro arancione rispondendo al richiamo, lo strano richiamo. Lei è così nuda, è unica. È la somma di te e dei tuoi sogni. Montala come un monumento, gradino per gradino. lei è solida. Quanto a me, io sono un acquerello. Mi dissolvo.

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