Un cervello fatto per amare

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    Un cervello fatto per amare

    Si ama col cuore o col cervello? I romantici di ogni tempo sono convinti che si ami con ogni fibra del proprio essere, gli scienziati, invece, ritengono che si possa intervenire sul cervello al fine di attivare sentimenti come l’empatia o la compassione che sono alla base del sentimento amoroso.

    Si chiama ‘Brain built for love‘, il cervello fatto per amare e se n’è parlato alla seconda edizione del Brain Forum di Milano che ha raccolto neuroscienziati di tutto il mondo.

    Il dottor William Mobley, direttore del Center for Down Syndrome Research and Treatment all’Università di Stanford e dal 2009 titolare della cattedra di Neuroscience all’University of California, San Diego, ha spiegato come la nostra mente sia programmata per ricevere, elaborare e inviare informazioni e come questa continua sinergia tra neuroni sia alla base dell’amore romantico, di quello amicale e di quello materno. Tre emozioni diverse, basate sui medesimi processi comunicativi perché l’amore, di qualunque natura esso sia, attiva sempre le stesse aree del cervello.

    Mobley ha studiato a lungo gli scambi di informazioni tra circuiti neuronali, ‘all’inizio usando strumenti grezzi, primitivi – ha spiegato al forum – e poi decifrando i dati in maniera sempre più approfondita. La mia idea è che esista la possibilità, per lo scienziato, di intervenire sulla chimica neuronale e in particolare sulla capacità del cervello di provare empatia e compassione, due emozioni fondamentali, alla base del sentimento amoroso‘. Empatia e compassione si sviluppano entrambe nella corteccia cerebrale anteriore, adibita ai sentimenti soggettivi, che crea quella ‘consapevolezza di sé‘ che ci rende unici.

    Secondo Mobley, il processo che porta la mente a focalizzarsi su un oggetto e a intergrare questa percezione con sentimenti soggettivi è alla base dell’amore. E la cosa straordinaria è che monitorare e rimodulare questo meccanismo è possibile, utilizzando strumenti di ultima generazione in grado di studiare l’anatomia del cervello. ‘Il dolore, ad esempio – spiega lo scienziato – nasce nell’insula cerebrale anteriore, nella corteccia del cingolo, che riceve informazioni simpatico-sensoriali e permette la comunicazione fra area destra e sinistra, tra zona limbica sensoriale e corteccia del cingolo. Intervenire sui meccanismi di comunicazione tra A e B permetterebbe di calibrare la sensibilità del cervello alla sofferenza e di capire, tra le altre cose, perché è così difficile amare‘. Secondo il neuroscienziato, questi studi permetteranno, entro i prossimi 20 anni, non solo di migliorare la situazione di persone affette da disturbi affettivi ma anche di approfondire gli aspetti più specifici dei rapporti umani, permettendo a tutti, come ha ricordato lo stesso Mobley, di ‘amare di più per vivere più a lungo e meglio‘. ‘Quando si dice che l’amore è cieco – ha concluso – si fa riferimento a una verità scientifica, perché è proprio la deattivazione di alcune zone corticali la base dell’amore materno, eterno per definizione‘.