Affitti, la cedolare secca

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    Affitti, la cedolare secca

    Il decreto sull’autonomia fiscale dei comuni, approvato lo scorso anno dal governo, dovrebbe introdurre a Gennaio la cosiddetta ‘cedolare secca’ , ma il provvedimento attuativo della legge tarda ad arrivare perché restano ancora una serie di dettagli (non proprio superficiali) da definire. Essi riguardano, soprattutto, l’aliquota o le aliquote di tassazione da applicare su i redditi derivanti dall’affitto di immobili. Infatti si è discusso se applicare una sola aliquota (del 23%) o prevedere due aliquote (del 20% per gli affitti calmierati e del 23% per gli affitti a canone libero).

    Fino ad oggi tali redditi rientrano nella tassazione Irpef e inoltre su di essi grava anche l’imposta di bollo e di registro. Uno degli scopi della cedolare secca è sostituire con un’unica imposta le molteplici previste attualmente per i redditi provenienti dall’affitto di abitazioni, che in alcuni casi spingono i proprietari a non dichiararli. Quindi tali redditi verranno tassati separatamente. Un altro scopo della norma è la diminuzione del fenomeno degli affitti in nero e l’aumento del gettito fiscale. Ma se consideriamo che attualmente l’aliquota Irpef più bassa è del 23% per i redditi inferiori a 15.000 euro, questa legge non porterà nessun vantaggio per i cittadini che hanno un basso reddito.

    Infatti a parità di aliquota di tassazione applicando il regine Irpef ordinario si può avere diritto anche a deduzioni o detrazioni che riducono l’imposta. Quindi i maggiori vantaggi saranno per i cittadini con un alto reddito, poiché essi saranno soggetti a un’aliquota di tassazione minore. Ad esempio: per i redditi oltre i 75.000 euro è prevista un’aliquota Irpef del 43%, per quelli da 55.000,01 a 75.000 euro del 41% con la cedolare secca la parte di tale redditi derivanti dall’affitto di immobili saranno soggetti ad un’aliquota fissa del 23%.