Esclusa da concorso nell’esercito perché incinta

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    Esclusa da concorso nell’esercito perché incinta

    Dopo la storia della dirigente perugina discriminata dopo la gravidanza dall’ente pubblico presso il quale lavorava, da Roma arriva un altro caso simile. Una giovane caporal maggiore viene esclusa dal concorso per l’assunzione a tempo indeterminato dei volontari in servizio permanente dell’Esercito perché incinta.

    A segnalare il caso è il sito del comparto Sicurezza e Difesa Grnet.it, secondo cui la giovane donna ‘certo non immaginava che, dopo aver servito le Forze armate per 5 anni, quale lavoratrice volontaria e quindi precaria, sarebbe stata esclusa dal concorso che avrebbe potuto stabilizzare il proprio rapporto di lavoro a causa di una asserita inidoneità al servizio militare; tanto meno avrebbe immaginato che la causa della sua idoneità sarebbe stato il suo stato di gravidanza‘.

    Ancora Grnet.it, la descrive come una vicenda ‘paradossale, se sei pensa che la giovane, dopo cinque anni in cui ha brillantemente servito lo Stato quale precaria, raffermata di biennio in biennio, oggi si vede privata del sogno di stabilizzare il proprio rapporto di lavoro, anche per affrontare con maggiore serenità l’arrivo del suo primo figlio‘.

    Valentina Fabri, questo il nome della ragazza, ha impugnato il provvedimento davanti al Tar del Lazio in virtù della ‘chiara violazione dell’articolo 3 del D.M. 4 aprile 2000, n. 114, il sui secondo comma dispone che lo stato di gravidanza costituisce temporaneo impedimento all’accertamento dell’idoneità‘.

    La commissione medica concorsuale ha invece ‘reiteratamente rinviato le visite previste avvertendo che lo stato di gravidanza sarebbe stato causa di inidoneità se si fosse protratto oltre il termine finale del concorso: come se la ragazza potesse accelerare o contrarre il tempo fisiologico della gestazione‘.

    La vicenda ha scatenato un vespaio di polemiche. La deputata del Pd in Commissione Difesa, Federica Mogherini, ha dichiarato che ‘se la notizia sarà confermata siamo di fronte ad un’ingiustizia che non deve ripetersi. La vicenda è frutto evidentemente del ritardo della revisione normativa e deve essere l’occasione per mettere mano agli indispensabili adeguamenti‘.

    Il caso può essere altresì etichettato come mobbing sul lavoro, come difendersi e a chi rivolgersi può essere un primo passo per contrastare un fenomeno che purtroppo è assai duro a morire.