Favole della buonanotte per bambini: le più belle

Favole della buonanotte per bambini: le più belle
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    Favole della buonanotte per bambini: le più belle

    Le favole della buonanotte per bambini sono belle e simpatiche. I bambini amano particolarmente ascoltare racconti, poesie e filastrocche perché si rilassano, sviluppano la loro fantasia e si immedesimano nei personaggi narrati. Raccontare fiabe ai bambini, poi, concilia particolarmente il loro sonno perché si crea un rituale (anche di contatto con i genitori), che li rasserena notevolmente. Raccontate ai bambini, quindi, tutte le favole della buonanotte più belle e, se siete bravi, inventatene di vostre per i più piccoli!

    C’era una volta un chicco di grano. Mentre lo trasportavano in un grosso sacco di tela con i suoi fratelli, era scivolato fuori da un minuscolo buchetto ed era atterrato su una strada polverosa, tra i sassi. Una strana creatura nera con lunghe penne lucenti sulle ali, lo aveva prelevato per portarlo nella sua tana, sull’albero più alto del campo lì vicino. Mentre volava tra le zampe del corvo, era riuscito a fuggire tra un’unghia ed un polpastrello, atterrando nel mezzo del campo. La soffice terra bruna lo aveva accolto, dandogli il rifugio ed il calore di cui aveva bisogno per calmare i timori e lenire la tristezza dell’improvviso atterraggio tra le pietre. Dov’erano i suoi fratelli? Loro, tutti insieme, avrebbero continuato a ridere e cantare come prima dell’inizio del suo viaggio solitario mentre lui, in quel pur comodo nido, che fine avrebbe fatto? Tutto preso dai suoi pensieri, quasi non si accorse di un piccolo schianto quando, tutto ad un tratto, gli spuntarono delle piccole cose sotto; come dei piccoli fili. Mentre era ancora intento a meravigliarsi della novità, quelle strane protuberanze cominciarono a muoversi nella terra, come animate da vita propria. Spaventato, cercò di fermarle, ma quelle non gli diedero retta e continuarono a penetrare la terra. D’improvviso un grande piacere sconvolse il piccolo chicco, che sentì fluire in sé la linfa, veicolata dalle radici fino alla parte più profonda del suo essere, quella che non sapeva di possedere. n improvviso respiro gli gonfiò il corpo, frantumandogli l’armatura e così il chicco si trovò libero, avvolto nel nero che lo sfiorava, inducendolo a crescere sempre più. Così, dal desiderio che provava, spuntarono le ali, che lo condussero fuori dal terreno, oltre la superficie del campo, su nel cielo. E sotto di sé, il chicco mai più triste, vide la sua trasformazione definitiva in fusto, foglie e poi spiga colma di chicchi come lui. Ecco, senza l’iniziale ruzzolone sulla strada polverosa, senza la perdita dei suoi fratelli, senza il corvo dalle lunghe ali lucenti e dalle unghie ricurve, il chicco non avrebbe sentito il respiro della terra che lo aveva spinto fin lassù e non avrebbe saputo che crescere significa provare paura e tristezza, ma anche amore, desiderio e piacere.

    Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio sulla Piazza Maggiore e i bambini venivano di lontano a dargli una leccatina. Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato. Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato, il più buono. Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola e si squagliavano in rivoletti rosa. – Presto, – gridò la guardia, – più presto ancora! E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare perduta una sola goccia di quel capolavoro.
    - Una poltrona! – implorava una vecchiettina, che non riusciva a farsi largo tra la folla, – una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile. Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli. Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano:
    - Eh già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna!

    C’era una volta la papera Betta, che viveva in una piccola casetta sul laghetto Smeraldino pieno di Ninfee insieme ai suoi due fratellini, tre sorelline, la mamma, il papà e i nonni paperi. Il giorno del suo compleanno decise di andarsene in giro per il mondo: prati, laghetti, fiumi e mari per conoscere nuovi amici. Davanti ad un’enorme torta piena di panna e cioccolata che le aveva preparato la nonna disse “Grazie per la buonissima torta e per tutti i regalini, ma io ho deciso di andare via dal laghetto Smeraldino per un pò di tempo perchè voglio vedere cose nuove”. La mamma paperina scoppiò a piangere e non voleva far partire Betta. Il papà invece abbracciò la figlia e disse: “Ti lascerò andare perchè devi fare le tue esperienze ma non sarà facile”. Così Betta, dopo aver baciato tutti, se ne andò. Durante il suo viaggio incontrò molti amici come il rospo Bibò, l’anatroccolo Arturo, l’oca Pamela ed anche animali poco socievoli, ma non di certo cattivi. Un giorno, mentre si trovava nel mare, fu attratta da una macchia marrone; non appena si fu avvicinata si sentì le ali incollate e non riusciva più a muoversi… quando non aveva più forze arrivò il Gabbiano Lorena e presa Betta con il becco la posò in terra e le disse: “Stai attenta perchè ci sono molti pericoli come questi”. Allora Betta pensò che doveva evitare tutte le macchie marroni. Mentre pensava, le venne fame: camminava in mezzo ad un prato pieno di violette, ranuncoli e panzè, quando vide un piccolo tronco marrone e bianco con l’estremità bruciacchiata, pensò che doveva provare un cibo nuovo. Lo beccò e capì immediatamente che era disgustoso, dopo un pò la sfortunata Betta cominciò a stare male… per fortuna arrivò Bibò, che la portò dal medico Agata che le diede come medicina petali di margherita e foglie di tulipani rossi.

    Quando si sentì meglio, Betta decise di tornare a casa perchè capì che c’erano molti pericoli contro cui non poteva difendersi; invece lì nel laghetto Smeraldino non c’erano macchie marroni collose o tronchetti velenosi. Così tornò nella sua casetta dove venne accolta da tutta la famiglia con molta gioia e baci.

    C’era una volta una pecora di nome Francesca che stava in un ovile insieme alle altre pecorelle. All’improvviso venne un lupo affamato che voleva mangiare qualche pecora. Allora Francesca disse alle altre pecore di non uscire perché il lupo era molto affamato e cattivo. Ma una pecora superba, di nome Isabella, che pensava di essere la più forte e coraggiosa, non ascoltò i consigli di Francesca e uscì fuori. Il lupo in un attimo saltò addosso alla povera Isabella che belava disperatamente. Ma le altre pecorelle si fecero coraggio e tutte insieme uscirono dall’ovile per salvare Isabella. Il lupo, vedendo un sacco di pecore che gli stavano saltando addosso, scappò via e non si fece vedere mai più.

    Tre fratellini di Barletta una volta, camminando per la campagna, trovarono una strada liscia liscia.
    - Che sarà? – disse il primo.
    - Legno non è, – disse il secondo.
    - Non è carbone, – disse il terzo.
    Per saperne di più si inginocchiarono tutti e tre e diedero una leccatina. Era cioccolato, era una strada di cioccolato. Cominciarono a mangiarne un pezzetto, poi un altro pezzetto, venne la sera e i tre fratellini erano ancora lì che mangiavano la strada di cioccolato, fin che non ce ne fu più neanche un quadratino. Non c’era più né il cioccolato né la strada.
    - Dove siamo? – domandò il primo.
    - Non siamo a Bari, – disse il secondo.
    - Non siamo a Molfetta, – disse il terzo. Non sapevano proprio come fare. Per fortuna ecco arrivare dai campi un contadino col suo carretto.
    - Vi porto a casa io, – disse il contadino. E li portò fino a Barletta, fin sulla porta di casa. Nello smontare dal carretto si accorsero che era fatto tutto di biscotto. Senza dire né uno né due, cominciarono a mangiarselo e non lasciarono né le ruote né le stanghe. Tre fratellini così fortunati, a Barletta, non c’erano mai stati prima e chissà quando ci saranno un’altra volta.

    Proponete ai bimbi anche tutte le fiabe dei fratelli Grimm oppure le favole di Esopo.

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