Neonati prematuri: una sfida ai protocolli medici

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    Neonati prematuri: una sfida ai protocolli medici

    In questi giorni si è parlato molto della piccola Angelica, nata da un parto miracoloso a sole 22 settimane di gestazione. Il piccolo fagottino, che alla nascita all’Ospedale S. Camillo di Roma pesava 550 grammi è tornata a casa e sta bene. La sua sfida per la vita, e l’accanimento dei medici che l’hanno fatta nascere e l’hanno curata, è una risposta che conta più di mille parole contro della scuola di pensiero medica che pone limiti alla rianimazione dei nati prematuri a meno di 26 settimane dal concepimento. Non è un problema solo italiano: in molti Paesi occidentali i criteri di assistenza per i neonati così piccoli non sono gli stessi riservati alle persone adulte o ai bambini nati dopo nove mesi.

    Secondo questa teoria arrendista Angelica non doveva essere assistita: ma il diritto alla vita è proporzionale ai grammi che si pesano? Uno studio condotto dalla ricercatrice canadese Annie Janvier ha dimostrato che a parità di rischio per la sopravvivenza tra un neonato e un adulto i medici intervistati tendono a dedicarsi maggiormente a quest’ultimo. In alcuni Paesi per procedere con la rianimazione dei neonati si attende il consenso dei genitori scritto, dettaglio burocratico che a volte può essere fatale. Per questa scuola di pensiero i neonati mancano di capacità di autonomia e quindi non sono ancora persone vere e proprie. Esistono protocolli medici che sconsigliano di intervenire animando i neonati anche se esiste una possibilità di sopravvivenza per evitare conseguenze che potrebbero comportare situazioni di disabilità. Eppure uno studio svedese ha dimostrato che gli ospedali dove questa regola non viene seguita hanno un numero minore di bambini disabili. Angelica ce l’ha fatta: è stata fortunata ad aver incontrato medici che non distinguono tra ‘persone’ e ‘neonati’ e tornado a casa con la sua mamma ha dato una lezione alla medicina classica a sole 22 settimane di vita. Statisticamente le sue possibilità di sopravvivere erano di 1 su 10-15.