Parlamentari mamme? L’Italia fanalino di coda dei diritti

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    Parlamentari mamme? L’Italia fanalino di coda dei diritti

    Neo mamme e parlamentari, due ruoli complessi e difficili da gestire, soprattutto quando coincidono, quando a sedere in Parlamento è una donna che è appena diventata madre. Un binomio che comporta qualche difficoltà in più, soprattutto in Italia, dove non è previsto nessun servizio a sostegno della maternità “d’eccellenza”.

    La percentuale delle parlamentari è in netto aumento, con un + 33% solo nell’ultima legislatura. Ma Roma non si adegua. Infatti, se i buoni esempi sono sparsi per tutti i parlamenti degli stati europei, dall’Eliseo alla Svezia, fino all’Unione Europea, dove le europarlamentari portano i loro piccoli nell’aula del Parlamento Europeo, come hanno fatto recentemente la danese Hanne Dahli e l’italiana Licia Ronzulli, l’Italia si conferma, anche in questo caso, il fanalino di coda del Vecchio Continente.

    Nelle aule romane non solo non è possibile portare i bimbi, ma non ci sono servizi o agevolazioni di alcun genere, nemmeno per agevolare l’allattamento. Non c’è una nursery, per esempio. La protesta è partita dalla parlamentare del Pd Vanessa Camani, che ha ottenuto il sostegno di molte colleghe, anche di altri partiti.

    E se la nursery è stata promessa e annunciata a più riprese, ma senza risultati tangibili, ora sembra che qualcosa si muova. Marina Sereni, vicepresidente a Montecitorio, ha dichiarato: “Non investiremo risorse permanenti della Camera in servizi per le deputate-madri ma ci impegneremo per individuare spazi da attrezzare dove i bambini possano essere accuditi da una persona di fiducia della parlamentare (marito, nonna, babysitter, ndr .) che potrà incontrarli nelle pause dei lavori. Pensiamo soprattutto a chi non vive a Roma, e dunque deve dividersi tra famiglia e impegni parlamentari”.