Partorire in manette: ecco cosa succede alle donne palestinesi carcerate

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    Partorire in manette: ecco cosa succede alle donne palestinesi carcerate

    Il Comitato per i Diritti Umani Femminili delle Nazioni Unite ha denunciato le condizioni precarie in cui vengono costrette a vivere le prigioniere palestinesi nel carcere di Israele. I dettagli sono spaventosi e denotano una totale assenza delle più basilari regole igieniche e sanitarie. Molte celle sono infestate dai topi o scarafaggi e alla carcerate vengono negate cure mediche e tutela legale. Le lenzuola e gli asciugamani sono sporchi e gli scarichi sempre intasati.

    Negli ultimi 40 anni sono state più di 10000 le donne palestinesi prigioniere in queste carceri. Oggi le donne rinchiuse sono fortunatamente poche ma, secondo quanto denuncia il Comitato, le condizioni in cui vengono tenute sono notevolmente peggiori di quelle degli uomini. I secondini abusano della privacy delle detenute sottoponendole ad ispezioni corporali. Le condizioni in cui vengono detenute violano diversi punti della Convenzione di Ginevra: le carceri femminili ad esempio sono fuori dal territorio palestinese occupati, in evidente contrasto con l’articolo 76. Ma uno degli aspetti più drammatici per le detenute è l’isolamento dal resto del mondo: non possono ricevere più di due visite al mese e spesso, a causa della posizione delle carceri, nessuno riesce ad andare a trovarle neppure in queste occasioni. Non c’è rispetto neppure per il diritto alla maternità: le donne incinta non ricevono alcuna assistenza ginecologica e partoriscono con le manette alle mani. Le manette non gli vengono tolte neppure dopo il parto. I figli delle prigioniere sono costretti a vivere in questi ambienti disumani per i loro primi due anni di vita: al compimento del secondo compleanno vengono tolti alle madri senza alcuna giustificazione o chiarimento. Se un figlio più grande si reca a trovare la madre detenuta non può avere alcun contatto fisico con lei. Qui le detenute smettono di essere donne e madri: urge un intervento internazionale per porre fine a questo scempio contro l’umanità.