Sterilità, colpa di diete con troppi grassi e poche proteine

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    Sterilità, colpa di diete con troppi grassi e poche proteine

    Che esista uno stretto legame fra la fertilità e cosa mangiamo è stato recentemente dimostrato da alcuni ricercatori dell’Università di Sheffield, in Inghilterra, che hanno evidenziato come il cibo consumato dai bambini dalle famiglie povere riesca ad influenzare la loro capacità riproduttiva da grandi.

    Un’altra ricerca, questa volta tutta italiana, riportata nel numero di Febbraio di Cell Metabolism, condotto da un gruppo di studio coordinato da Adriana Maggi, direttore del Centro di eccellenza sulle Malattie Neurodegenerative dell’Università di Milano, non solo sancisce in via definitiva la rilevanza fisiologica del recettore degli estrogeni nel fegato ma dimostra che gli aminoacidi presenti nella dieta agiscono direttamente su questo recettore, attivandolo, e svolgono quindi una funzione molto importante per la fertilità.

    I risultati evidenziati dallo studio servono a spiegare il meccanismo che regola la pubertà, alcune forme di amenorrea e forse anche i problemi di fertilità legati alla obesità. Mentre è nota da tempo la relazione tra infertilità e anoressia, infatti, altre forme di infertilità, la cui causa oggi non viene correttamente diagnosticata, potrebbero infatti essere collegate a diete troppo ricche di carboidrati e grassi. Esistevano, a dire il vero, già delle ricerche che avevano messo in luce come una dieta sbilanciata, che predilige cibi ricchi di grassi saturi, animali e vegetali (ad esempio quelli contenuti nei salumi, nel burro ma anche nell’olio d’oliva) abbassasse notevolmente il numero di spermatozoi, a tutto discapito della capacità riproduttiva maschile. Ma adesso sappiamo che una dieta simile produce degli effetti anche sulle donne.

    Questo studio ha implicazioni importanti per la spiegazione di alcune forme di infertilità dovute a diete povere di proteine – spiega Maggi – e apre nuove prospettive per la comprensione delle alterazioni metaboliche che avvengono con la menopausa o in seguito a gravidanza (come il diabete post parto). Inoltre, la conferma della centralità del recettore epatico degli estrogeni può aiutare la ricerca di nuovi farmaci - conclude -, in grado di modulare l’attività di tale molecola solo nel fegato, consentendo di trovare nuove e più appropriate terapie per la menopausa‘.