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Le più belle poesie d’amore di John Keats

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Oggi desidero presentarvi le più belle poesie d’amore di John Keats, poeta simbolo del romanticismo inglese, morto di tubercolosi a 25 anni, nonostante fosse dotato di straordinaria energia e giovanile vitalità.
Trovò in Fanny Brawne, una fanciulla conosciuta ad Hampstead, il più grande amore della sua breve vita. La amò perdutamente e a lei scrisse ardenti lettere d’amore appassionato. A causa del peggioramento delle sue condizioni di salute, però, la loro relazione fu bruscamente interrotta. A lei il giovane poeta dedicò le sue poesie più belle.

Senza di te

Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.
In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.
Mi hai rapito via l’anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.
Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
Non posso respirare senza di te.

Che mi ami tu lo dici, ma con una voce…

Che mi ami tu lo dici, ma con una voce
più casta di quella d’una suora
che per sé sola i dolci vespri canta,
quando la campana risuona –
Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma con un sorriso
freddo come un’alba di penitenza,
Suora crudele di San Cupido
Devota ai giorni d’astinenza –
Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma le tue labbra
tinte di corallo insegnano meno gioia
dei coralli del mare –
Mai che s’imbroncino di baci –
Su, amami davvero!

Che mi ami tu lo dici, ma la tua mano
non stringe chi teneramente la stringe.
È morta come quella d’una statua.
Mentre la mia brucia di passione –
Su, amami davvero!

Su, incendiamoci di parole
e bruciandomi sorridimi – stringimi
come devono gli amanti – su, baciami.
E l’urna, poi, delle mie ceneri seppelliscila nel tuo cuore –
Su, amami davvero!

Non pensarci, mia cara

Non pensarci, mia cara,
Non pianger più:
a sospirare impara,
e di non tornare, diglielo tu!

Dolcezza mia, non impallidire,
Non mostrare il volto triste e sconsolato:
Oppure, se vuoi, spargi pure una lacrima – se n’è andato –
Si, certo, era nato per morire!

Ancora cosi pallida? Piangi pure, allora, a profusione,
Che le lacrime tue conterò nel sentire:
Saranno per te una benedizione
Negli anni a venire!

Vedi? A lasciato i tuoi occhi più sfavillanti
d’un soleggiato ruscello,
e le tue melodie sussurranti
Son ancora più dolci di quello!

Pure, poiché lacrime e pianto son seguaci
Delle gioie fuggenti,
Insieme piangiamo: ma le note dolenti
Del rimpianto intrecciate sian di baci.

A…

Se avessi le forme di un bel corpo virile,
sottili i miei sospiri potrebbero echeggiare,
come in tornito avorio, al tuo orecchio,
trovando via al tuo cuore gentile – passione
bene mi armerebbe all’impresa. Ma, ahimé!
Non sono il cavaliere che uccide l’avversario,
corazza non risplende sul mio petto elato,
né sono l’ingenuo pastore della valle,
le cui labbra han tremato per occhi di fanciulla.
Eppure devo delirare per te, dirti più dolce
delle rose melate dell’Ibla, asperse di rugiada
così densa che inebria. Ah! tal rugiada mi giova,
la suggerò, cogliendola, con incanti e magia,
quando si svela il volto pallido della luna.

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