Avere fede in Dio allunga la vita dopo un trapianto di fegato

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    Avere fede in Dio allunga la vita dopo un trapianto di fegato

    Sembra che avere fede in Dio aiuti il processo di guarigione: una ricerca eseguita su un campione di pazienti sottoposti a un trapianto di fegato ha dimostrato un indice di sopravvivenza più alto per chi è dedito alla preghiera.

    ‘Chi dichiarava di non avere un sentimento di religiosità attiva ha registrato un rischio di morte tre volte superiore rispetto ai pazienti che invece riferivano un profondo ritorno alla religione e alla spiritualità. La mortalità nei primi è risultata del 20.5 per cento, nei pazienti sorretti dalla fede in una potenza superiore è scesa al 6.6 per cento’ ha spiegato Franco Bonaguidi, psicologo all’Ifc-Cnr di Pisa e coordinatore dello studio.

    Vivere più a lungo e meglio: sembra che la religione, o meglio la tensione spirituale, aiuti l’essere umano durante il processo di guarigione da una malattia.

    Un’indagine compiuta da un team di ricercatori dell’Istituto di Fisiologia clinica del CNR di Pisa ha dimostrato che la preghiera aumenta la sopravvivenza di pazienti sottoposti a un trapianto di fegato.

    I ricercatori hanno consegnato un questionario sulla religiosità a 179 persone con insufficienza epatica grave, che si erano sottoposti a un trapianto di fegato fra il 2004 e il 2007 presso il Centro trapianti dell’università di Pisa, per poi essere seguite durante i quattro anni successivi.

    Gli esperti hanno esaminato tutti i possibili fattori coinvolti nella mortalità dopo un trapianto di fegato, tra cui età, sesso, livello di istruzione e tipo di malattia, nonché variabili legate all’operazione.

    Ugualmente i medici hanno valutato l’influenza della capacità di fede, distinguendo anche tra ricerca attiva o passiva di Dio.

    Sembra che un generico affidarsi al destino o l’attesa passiva non siano invece associati a una maggior durata di vita: quello che fa la differenza è la strenua capacità di cercare, interrogarsi e porsi positivamente rispetto un ordine di cose a livello superiore, nella dinamica di una fede che è prima di tutto fiducia.

    ‘Non abbiamo voluto valutare gli effetti di una più o meno assidua partecipazione alle funzioni ecclesiastiche o l’eventuale influenza di uno o l’altro credo religioso, quanto piuttosto capire l’influenza sul decorso della malattia del personale incontro con Dio in un momento difficile, quando di fronte a una realtà di sofferenza ci si trova a fare i conti con la propria esistenza e il mistero della vita‘ ha dichiarato Bonaguidi.

    Più dell’appartenenza a una corrente religiosa o del modo in cui si vive, appare fondamentale la rielaborazione della propria vita e dei propri valori, la riscoperta della spiritualità.

    Se sicuramente la ricerca può suscitare ampi dubbi, soprattutto per la parte di popolazione che si considera atea, la questione affascinante è un’altra: la sottile ipotesi che, in tempi in cui si evidenziano i continui progressi della medicina occidentale e al tempo stesso i suoi molti limiti, il benessere e la guarigione del paziente passino attraverso meccanismi non ancora spiegabili, che operano a livello sociale, psicologico, spirituale.

    E di cui abbiamo ancora molto da scoprire.