Nomofobia, dipendenza da internet e altre patologie 2.0

Nomofobia, dipendenza da internet e altre patologie 2.0
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    Nomofobia, dipendenza da internet e altre patologie 2.0

    Avete mai sentito parlare di nomofobia? Conoscete i principali disturbi, come la dipendenza da internet e le altre patologie 2.0 che si sono diffusi negli ultimi anni insieme all’utilizzo del web e di strumenti come smartphone e tablet? I disagi causati dalla rete e i disturbi connessi sono variegati e di diversa natura. Si parla spesso di FOMO, ovvero fear of missing out, la paura di perdersi qualcosa, di essere tagliati fuori, un bisogno ossessivo di controllare ciò che avviene online, ma ci sono anche diversi problemi connessi alla postura e alle posizioni che assumiamo quotidianamente per diverse ore davanti a un computer o con lo smartphone in mano. Ecco alcune delle più comuni patologie 2.0.

    Internet e la possibilità di avere accesso a qualsiasi tipo di informazione, in qualsiasi luogo e qualsiasi momento, ci porta a una sorta di dipendenza da informazioni, ce ne rendiamo conto immediatamente quando capita di dover stare qualche ora in luoghi non coperti dalla rete internet o quando si spegne il cellulare e ci sentiamo improvvisamente fuori dal mondo. Spesso durante la giornata consultiamo il web o i social network per essere certi di non perderci aggiornamenti. Non si tratta necessariamente di notizie di interesse, attualità o informazioni importanti, ma anche semplicemente aggiornamenti su cosa fanno amici e contatti sui social network, quali contenuti condividono o ancora quali sono i trend della giornata sul web. La definizione di FOMO è stata data per la prima volta da Andrew Przybylski, scienziato dell’università di Oxford, che l’ha definita addirittura “la forza che guida l’uso dei social media”. Il disturbo si riscontra maggiormente tra i giovani ed è influenzato dalle circostanze sociali.

    La nomofobia, invece, non è altro che la paura di stare senza smartphone, ovvero no-mobile. Il termine è stato creato dall’ente di ricerca britannico YouGov e si riferisce alla sensazione di smarrimento che si prova quando si è costretti a rimanere senza smartphone per diverso tempo. Una paura legata alla possibilità o meno di accedere alle informazioni, come nel caso della FOMO, ma anche all’impossibilità di comunicare in caso di emergenza. Avere con sè un cellulare, e in particolare uno smartphone, dà un senso di sicurezza grazie proprio alla possibilità di comunicare in qualunque momento e con diversi mezzi tramite i classici sms ma anche app di messaggistica istantanea o i social network.

    Una recente ricerca condotta su 8000 giovani a partire dagli 11 anni di età dimostra che internet è una vera e propria droga digitale per i giovani: iperconnessi, sempre alla ricerca di like e condivisioni, dipendenti dai dispositivi tecnologici. Secondo tale ricerca, condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, infatti, circa 5 adolescenti su 10 dichiarano di trascorrere da 3 a 6 ore con lo smartphone in mano, il 16% dalle 7 alle 10 ore e il 10% supera abbondantemente la soglia delle 10 ore. Si tratta di una generazione sempre online. Addirittura 6 adolescenti su 10 dichiarano di non poter più fare a meno di WhatsApp.

    Tutti i disturbi di cui abbiamo parlato sono forme di insicurezza, e non sono le uniche.

    Esiste poi anche un disturbo che si è fatto strada insieme al trend dei selfie. Se i like e i retweet tipici di Facebook e Twitter influiscono sull’autostima e sulla sicurezza personale, soprattutto per gli adolescenti, i selfie (ovvero la moderna forma di autoscatto con lo smartphone) evidenziano un bisogno di apparire a tutti i costi, un narcisismo da tenere sotto controllo. I teeneger trai 14 e i 19 anni fanno in media 5 selfie al giorno, condivisi poi sui social network alla ricerca di ulteriore approvazione. I commenti positivi aiutano l’ego ma quelli negativi, soprattutto in età critica come quella adolescenziale, possono essere pericolosi perchè condizionano lo stato psicologico e l’umore.

    Proviamo a pensare a quante ore al giorno trascorriamo con la testa inclinata, rivolta verso il basso, per guardare lo smartphone. La cervicale, la schiena e il collo non possono non risentirne. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Surgical Technology International, inclinare la testa a 60 gradi per controllare notifiche sullo smartphone, scrivere messaggi su whatsapp o controllare l’email, aggiunge esattamente 27 kg di pressione alla colonna cervicale. Quante volte al giorno ci ritroviamo in questa posizione? A casa, a lavoro o a scuola, e ancora sui mezzi di trasporto o durante l’attesa del nostro turno in uffici o punti vendita. Ci siamo abituati tanto da non rendercene quasi conto, ma il nostro corpo, invece, non si abitua facilmente e i danni alla schiena (rigidità, dolori, mal di schiena…) e alla cervicale nel tempo possono essere tanti.

    Come guarire dall’ossessione da smartphone e da connessione? Un buon consiglio è quello di fare un po’ di digital detox, ovvero disintossicazione digitale. Basta un weekend o una mezza giornata senza internet, tecnologie, ansia da connessione. L’inizio potrebbe essere difficile, ma pian piano ci si abituerà e si avrà quasi la sensazione di essere liberi e non più schiavi della tecnologia. E’ il primo passo per riuscire a utilizzare i dispositivi tecnologici un po’ di meno.
    Uno studio americano di Kleiner Perkins Caufield & Byers’s ha evidenziato che un utente medio guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti. Basterebbe provare adistaccarsi un po’ dai dispositivi, spegnerli quando non servono, lasciarli sulla scrivania durante le riunioni di lavoro, tenerli in borsa quando si esce in compagnia di amici.

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