Le più belle poesie d’amore di Giacomo Leopardi

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    Le più belle poesie d’amore di Giacomo Leopardi

    Oggi vorrei presentarvi alcune delle più belle poesie d’amore di Giacomo Leopardi, troppo spesso ingiustamente ricordato solamente come il ‘poeta della tristezza‘, ma che fu sensibilissimo interprete delle pieghe più riposte dei sentimenti umani, primo tra tutti l’amore.

    L’amore cantato da Giacomo Leopardi è il primo amore, quello giovanile, del turbamento fatto d’attesa e immaginazione, è il desiderio infinito, fatto di illusioni e di speranze, una condizione personale, ma che appartiene a tutti prima o poi e proprio per questo è capace di incantarci e farci sognare.

    Il primo amore

    Tornami a mente il dì che la battaglia

    D’amor sentii la prima volta, e dissi:

    Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!

    Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,

    Io mirava colei ch’a questo core

    Primiera il varco ed innocente aprissi.

    Ahi come mal mi governasti, amore!

    Perchè seco dovea sì dolce affetto

    Recar tanto desio, tanto dolore?

    E non sereno, e non intero e schietto,

    Anzi pien di travaglio e di lamento

    Al cor mi discendea tanto diletto?

    Dimmi, tenero core, or che spavento,

    Che angoscia era la tua fra quel pensiero

    Presso al qual t’era noia ogni contento?

    Quel pensier che nel dì, che lusinghiero

    Ti si offeriva nella notte, quando

    Tutto queto parea nell’emisfero:

    Tu inquieto, e felice e miserando,

    M’affaticavi in su le piume il fianco,

    Ad ogni or fortemente palpitando.

    E dove io tristo ed affannato e stanco

    Gli occhi al sonno chiudea, come per febre

    Rotto e deliro il sonno venia manco.

    Oh come viva in mezzo alle tenebre

    Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi

    La contemplavan sotto alle palpebre!

    Oh come soavissimi diffusi

    Moti per l’ossa mi serpeano, oh come

    Mille nell’alma instabili, confusi

    Pensieri si volgean! qual tra le chiome

    D’antica selva zefiro scorrendo,

    Un lungo, incerto mormorar ne prome.

    E mentre io taccio, e mentre io non contendo,

    Che dicevi, o mio cor, che si partia

    Quella per che penando ivi e battendo?

    Il cuocer non più tosto io mi sentia

    Della vampa d’ amor, che il venticello

    Che l’aleggiava, volossene via.

    Senza sonno io giacea sul dì novello,

    E i destrier che dovean farmi deserto,

    Battean la zampa sotto al patrio ostello.

    Ed io timido e cheto ed inesperto,

    Ver lo balcone al buio protendea

    L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,

    La voce ad ascoltar, se ne dovea

    Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;

    La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.

    Quante volte plebea voce percosse

    Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,

    E il core in forse a palpitar si mosse!

    E poi che finalmente mi discese

    La cara voce al core, e de’ cavai

    E delle rote il romorio s’intese;

    Orbo rimaso allor, mi rannicchiai

    Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

    Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

    Poscia traendo i tremuli ginocchi

    Stupidamente per la muta stanza,

    Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

    Amarissima allor la ricordanza

    Locommisi nel petto, e mi serrava

    Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

    E lunga doglia il sen mi ricercava,

    Com’è quando a distesa Olimpo piove

    Malinconicamente e i campi lava.

    Ned io ti conoscea, garzon di nove

    E nove Soli, in questo a pianger nato

    Quando facevi, amor, le prime prove.

    Quando in ispregio ogni piacer, nè grato

    M’era degli astri il riso, o dell’aurora

    Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

    Anche di gloria amor taceami allora

    Nel petto, cui scaldar tanto solea,

    Che di beltade amor vi fea dimora.

    Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,

    E quelli m’apparian vani per cui

    Vano ogni altro desir creduto avea.

    Deh come mai da me sì vario fui,

    E tanto amor mi tolse un altro amore?

    Deh quanto, in verità, vani siam nui!

    Solo il mio cor piaceami, e col mio core

    In un perenne ragionar sepolto,

    Alla guardia seder del mio dolore.

    E l’occhio a terra chino o in se raccolto,

    Di riscontrarsi fuggitivo e vago

    Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:

    Che la illibata, la candida imago

    Turbare egli temea pinta nel seno,

    Come all’aure si turba onda di lago.

    E quel di non aver goduto appieno

    Pentimento, che l’anima ci grava,

    E il piacer che passò cangia in veleno,

    Per li fuggiti dì mi stimolava

    Tuttora il sen: che la vergogna il duro

    Suo morso in questo cor già non oprava.

    Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro

    Che voglia non m’entrò bassa nel petto,

    Ch’arsi di foco intaminato e puro.

    Vive quel foco ancor, vive l’affetto,

    Spira nel pensier mio la bella imago,

    Da cui, se non celeste, altro diletto

    Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.

    A Silvia

    Silvia, rimembri ancora

    quel tempo della tua vita mortale,

    quando beltà splendea

    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

    e tu, lieta e pensosa, il limitare

    di gioventù salivi?

    Sonavan le quiete

    stanze, e le vie d’intorno,

    al tuo perpetuo canto,

    allor che all’opre femminili intenta

    sedevi, assai contenta

    di quel vago avvenir che in mente avevi.

    Era il maggio odoroso: e tu solevi

    così menare il giorno.

    Io gli studi leggiadri

    talor lasciando e le sudate carte,

    ove il tempo mio primo

    e di me si spendea la miglior parte,

    d’in su i veroni del paterno ostello

    porgea gli orecchi al suon della tua voce,

    ed alla man veloce

    che percorrea la faticosa tela.

    Mirava il ciel sereno,

    le vie dorate e gli orti,

    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

    Lingua mortal non dice

    quel ch’io sentiva in seno.

    Che pensieri soavi,

    che speranze, che cori, o Silvia mia!

    Quale allor ci apparia

    la vita umana e il fato!

    Quando sovviemmi di cotanta speme,

    un affetto mi preme

    acerbo e sconsolato,

    e tornami a doler di mia sventura.

    O natura, o natura,

    perché non rendi poi

    quel che prometti allor? perché di tanto

    inganni i figli tuoi?

    Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

    da chiuso morbo combattuta e vinta,

    perivi, o tenerella. E non vedevi

    il fior degli anni tuoi;

    non ti molceva il core

    la dolce lode or delle negre chiome,

    or degli sguardi innamorati e schivi;

    né teco le compagne ai dì festivi

    ragionavan d’amore.

    Anche perìa fra poco

    la speranza mia dolce: agli anni miei

    anche negaro i fati

    la giovinezza. Ahi come,

    come passata sei,

    cara compagna dell’età mia nova,

    mia lacrimata speme!

    Questo è il mondo? questi

    i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

    onde cotanto ragionammo insieme?

    questa la sorte delle umane genti?

    All’apparir del vero

    tu, misera, cadesti: e con la mano

    la fredda morte ed una tomba ignuda

    mostravi di lontano.

    Io qui vagando

    Io qui vagando al limitare intorno,

    Invan la pioggia invoco e la tempesta,

    Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

    Pure il vento muggia nella foresta,

    E muggia tra le nubi il tuono errante,

    Pria che l’aurora in ciel fosse ridesta.

    O care nubi, o cielo, o terra, o piante,

    Parte la donna mia: pietà, se trova

    Pietà nel mondo un infelice amante.

    O turbine, or ti sveglia, or fate prova

    Di sommergermi, o nembi, insino a tanto

    Che il sole ad altre terre il dì rinnova.

    S’apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto

    Posan l’erbe e le frondi, e m’abbarbaglia

    Le luci il crudo Sol pregne di pianto.

    Alla sua donna

    Cara beltà che amore

    Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

    Fuor se nel sonno il core

    Ombra diva mi scuoti,

    O ne’ campi ove splenda

    Più vago il giorno e di natura il riso;

    Forse tu l’innocente

    Secol beasti che dall’oro ha nome,

    Or leve intra la gente

    Anima voli? o te la sorte avara

    Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

    Viva mirarti omai

    Nulla spene m’avanza;

    S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

    Per novo calle a peregrina stanza

    Verrà lo spirto mio. Già sul novello

    Aprir di mia giornata incerta e bruna,

    Te viatrice in questo arido suolo

    Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

    Che ti somigli; e s’anco pari alcuna

    Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

    Saria, così conforme, assai men bella.

    Fra cotanto dolore

    Quanto all’umana età propose il fato,

    Se vera e quale il mio pensier ti pinge,

    Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora

    Questo viver beato:

    E ben chiaro vegg’io siccome ancora

    Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni

    L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse

    Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

    E teco la mortal vita saria

    Simile a quella che nel cielo india.

    Per le valli, ove suona

    Del faticoso agricoltore il canto,

    Ed io seggo e mi lagno

    Del giovanile error che m’abbandona;

    E per li poggi, ov’io rimembro e piagno

    I perduti desiri, e la perduta

    Speme de’ giorni miei; di te pensando,

    A palpitar mi sveglio. E potess’io,

    Nel secol tetro e in questo aer nefando,

    L’alta specie serbar; che dell’imago,

    Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

    Se dell’eterne idee

    L’una sei tu, cui di sensibil forma

    Sdegni l’eterno senno esser vestita,

    E fra caduche spoglie

    Provar gli affanni di funerea vita;

    O s’altra terra ne’ superni giri

    Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

    E più vaga del Sol prossima stella

    T’irraggia, e più benigno etere spiri;

    Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

    Questo d’ignoto amante inno ricevi.