Sclerosi multipla e gravidanza: sì alla terapia interferone β

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    Sclerosi multipla e gravidanza: sì alla terapia interferone β

    L’assunzione da parte delle donne affette da sclerosi multipla di interferone β fino a quattro settimane dal concepimento è relativamente sicura. La rassicurante notizia è frutto di una ricerca condotta dal Gruppo di Studio ‘Sclerosi Multipla’ della Società Italiana di Neurologia.

    I dati che abbiamo a disposizione dicono che circa 2 milioni di persone al mondo soffrono di Sclerosi Multipla, con frequenza due volte superiore nelle donne rispetto agli uomini e che l’incidenza della patologia tra le donne in età riproduttiva è molto elevata.

    Stando così le cose, si comprende l’esigenza – tra le pazienti, future mamme, in cura con Inteferone β, un farmaco modificante il decorso della malattia – di conoscere gli effetti di tale terapia sulla gravidanza, i rischi legati all’esposizione del farmaco, la necessità o meno di sospendere il trattamento prescritto per il controllo della Sclerosi Multipla, o addirittura di sospendere la gravidanza, per scongiurare effetti sul feto esposto in utero.

    Il gruppo di studio SM-SIN – Società Italiana di Neurologia – coordinato dalla professoressa M.P. Amato, neurologa presso il Dipartimento di Neurologia dell’Università di Firenze, ha condotto una ricerca per valutare l’andamento della gravidanza e le conseguenze per il feto dell’esposizione in utero a Interferone β, valutando inoltre rischio di aborto spontaneo.

    Le pazienti intervistate sono state suddivise in due gruppi: un gruppo costituito da pazienti che avessero sospeso l’IFN-β a meno di quattro settimane dal concepimento e quindi considerate ‘esposte’ al farmaco ed un gruppo rappresentato da chi aveva sospeso la terapia più di quattro settimane prima del concepimento o che non era mai stata trattata.

    Sono state analizzate 396 gravidanze di 388 pazienti, e di queste, 88 sono state classificate come ‘esposte’. I dati hanno mostrato che in queste pazienti la terapia non ha provocato alcun aumento di aborto spontaneo, mentre è risultata associata con valore significativo a un peso e a una lunghezza inferiori alla nascita.

    L’incidenza di aborto spontaneo nelle pazienti ‘esposte’ si è collocato in un range sovrapponibile a quella della popolazione generale italiana in quello stesso periodo. L’esposizione a IFN – β e la necessità di parto con taglio cesareo sono stati i soli fattori predittivi di un parto prematuro. Nei nati dalle pazienti ‘esposte’ non si sono registrate complicanze significative a carico del feto e, nel corso del follow up durato in media 2,1 anni, non sono state riscontrate malformazioni o anomalie dello sviluppo.