Mobbing sul lavoro, come possono difendersi le mamme lavoratrici

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    Mobbing sul lavoro, come possono difendersi le mamme lavoratrici

    La normativa italiana prevede la tutela sul lavoro delle donne in gravidanza: esse godono di un periodo di astensione obbligatoria prima e dopo il parto. Appare naturale che, al rientro dalla maternità, la donna ha il diritto di ritrovare le precedenti condizioni lavorative. Eppure spesso purtroppo non è così, o lo è solo ufficialmente. In realtà in molti casi i datori di lavoro si arrogano il diritto di ‘punire’ le donne per la loro assenza, facendole scontare ricatti o condizioni ingiuste.

    Non sono poche le mamme che subiscono forme di mobbing sul posto di lavoro e che alla fine a volte, invece di denunciare il fatto, si dimettono forzatamente e tacciono. Quelle più tenaci che non cedono ai ricatti sono costrette a subire condizioni ingiuste e vengono di fatto declassate. Il lavoro può diventare un vero e proprio inferno. Non bisogna assolutamente in questo circolo omertoso. Tecnicamente la legge italiana sulla maternità è ben scritta tanto che diversi Paesi ce la invidiano, ma è del tutto inutile se nella pratica non ci impegniamo in prima persona per far sì che venga rispettata. Si tratta del cosiddetto mobbing di genere, proprio perché alla base c’è una discriminazione conto la figura femminile. Alla madre invece anche dopo il rientro a lavoro andrebbero riconosciuti diversi diritti: dal congedo parentale ai congedi per malattie del figlio fino ai riposi giornalieri per l’allattamento. Questi sono diritti e non potenziali ostacoli o rallentamenti della produttività come pensano alcuni datori di lavoro. In queste situazioni spiacevoli sarebbe opportuno poter contare sui colleghi disposti a testimoniare. E’ consigliabile che la vittima prenda nota di tutti gli episodi riconducibili a mobbing o discriminazione. Eventuali danni fisici o psicologici dovuti allo stress vanno certificati tramite perizia medica.